Non era nato per lavorare, ma il fattore gli aveva insegnato bene tutte le strade del paese.
Se avevi bisogno di andare da qualche parte bastava che montavi su, non faceva storie, e gli dicevi “Andiamo ai sabbioni” oppure “Portami alla Canalecchia” o “Devo andare al Pignocco”.
Lui ci pensava… poi partiva con la sua andatura ondeggiante. Dovevi aspettare un po’, ma era certo che ti avrebbe portato a destinazione.
Era un genio, quel cavallo.
Il Sor Gentile non si separava mai dal suo ombrello.
Qualcuno diceva che lo faceva per ostentare che era ricco, in realtà era un gran benefattore. Era così gentile che alla fine lasciò il suo amato ombrello sotto l’arco dell’orologio, tanto a lui non sarebbe più servito.
E da quel giorno, se ti colpisce un tremendo temporale, puoi star sicuro che li sotto troverai un ombrello per tornare asciutto a casa.
Merito del Sor Gentile.
Era zoppo, ma quello che gli mancava nelle gambe lo compensava con un altro dono.
Quando c’era da trovare l’acqua per i campi lo chiamavi e lui arrivava con la sua forcella di legno. La inforcava e si metteva a girare su e giù, un po’ sbilenco eh, finché non si fermavano, lui e la forcella… Sta qui! Non c’erano dubbi, l’acqua la trovava sempre, anche in profondità.
E poi trovava anche il vino, senza forcella però.
Tutti sapevano che Bombo, il brigante, aveva nascosto il ricco bottino delle sue ruberie vicino al ponte.
Ogni volta che potevano, i ragazzi andavano a cercare quel tesoro: scavavano la terra
lì intorno, tiravano su le rocce lungo il fosso delle Ripe, guardavano negli anfratti tra le radici degli alberi. Ma alla fine si trovavano sempre a fare il bagno nel fiumiciattolo.
Mi sa proprio che era quello il vero tesoro.
Giù al Misa c’era Beghi che faceva il passatore.
In pratica gestiva un ponticello mobile e ti faceva attraversare il fiume pagando quello che potevi. Era grosso che sembrava un gigante e, quando l’acqua era così alta che superava il ponticello, ti prendeva e ti caricava sulle spalle con tutti i bagagli. Si fermava a metà e non andava avanti finché non gli promettevi un enorme piatto di pastasciutta.
Per fortuna era più goloso che avaro.
Vedevi Guarina che partiva la mattina presto e andava giù per il sentiero del cupo.
Scandagliava i greppi, rovistava tra i cespugli, frugava anche in mezzo ai rovi. E nel suo cesto accumulava petali, foglie, fiori, semi, rametti, radici, funghi… finché la vedevi tornare a casa, curva sotto il sole del tramonto. Con gli intrugli di quelle erbe ci curava un sacco di malattie.
Ma se ci provavi tu, anche con le sue ricette, non funzionava niente. Lei aveva la mano.
Una volta i bambini del paese pensavano che i neonati arrivassero nella valigetta di Leverina.
Quando era ora, lei usciva dalla porticina di casa sua in via della piazzetta e partiva con il passo svelto, lo sguardo sicuro e la valigetta che reggeva di fianco, con tutte e due le mani.
Non doveva nemmeno bussare, lei entrava e, qualche ora dopo, si sentivano vagiti e canti di gioia.
Poi ritornava verso casa sua, con la valigetta che sembrava molto più leggera.
All’osteria c’era un tavolo speciale.
Era riservato alla gente più sofisticata e acculturata del paese, curati, nobildonne, ex generali. Arrivavano alla spicciolata e, quando erano tutti, uno di loro faceva un gesto all’oste, che si affrettava a portare il tè inglese.
Solo dopo il primo sorso si mettevano a commentare notizie, discorrere di religione, teorizzare di politica e così via.
Se capitavi li vicino rimanevi estasiato ad ascoltarli… e speravi che quel tè non finisse mai.